M’ARTE

M’Arte     Artisti in Residenza, Montegemoli/Pomarance/Volterra, a cura di Eleonora Raspi, giugno 2015

Forze contrastanti e complementari si muovono nell’opera di FRANCESCO RINZIVILLO. Una sottrazione lenta del supporto e una cancellazione del segno affiancano una materia che cerca di eccedere se stessa, per poi svelarsi delicatamente davanti agli occhi dello spettatore.

FRANCESCO RINZIVILLO, PEOPLE e IL PRIMO STRATO

Partendo da un’osservazione attenta di ciò che circonda l’uomo contemporaneo, il segno dell’artista interpreta le immagini concrete e riconoscibili della realtà per trasformarle in emozioni.

Il lavoro site-specific di Rinzivillo a Montegemoli, articolato in due spazi distanti sia concettualmente sia fisicamente all’interno del centro del paese, entra nell’area semantica della memoria e tende alla riscoperta di luoghi antichi o dati per scontato. Pur essendo inscritto in un ambito puramente architettonico, il lavoro dell’artista parte dal disegno e si snoda nei due ambienti seguendo un’unica direzione: l’arte si assume il compito di ridisegnare, ricalcare e donare nuova luce a luoghi non più idonei alla vita contemporanea. Il progetto Il primo strato nasce in una vecchia stalla trasformata in semplice rimessa e si concretizza attraverso un filo nero che, come il tratto di un disegnatore, segue l’andamento dello spazio e ne scopre ogni angolo. Nella chiesa di San Bartolomeo, ogni singolo ritratto della serie People indica un elemento nevralgico dell’architettura, e segnala l’importanza del suo disegno originario.

Se in People la figura umana è protagonista, ne Il primo strato si mostra nella sua assenza. Lo spazio, nella sua trasformazione – o meglio ritorno – a luogo è il punto focale dell’artista, il genius loci da cui partire e sviluppare un discorso che va oltre al semplice gesto artistico. L’artista-ricercatore si pone davanti allo spazio contemporaneo con occhi vergini, per iniziare un percorso in solitudine lungo tre giorni e teso a togliere tutto il surplus. Da spazio a luogo, la tela architettonica è riportata al suo vuoto e funzione originaria, mostrando i segni di un tempo passato. Un passato che ritorna al presente, con rinnovato splendore.

L’opera porta con sé un valore emotivo, oltre che simbolico e concettuale. Il primo strato concretizza un percorso di residenza che ha portato l’artista alla ridefinizione del suo lavoro e all’astrazione della materia. Togliere per poi applicare, quasi in punta di piedi, il proprio segno.

Non hanno volto e mostrano ciò che generalmente nel ritratto è riservato all’immaginazione, ovvero la nuca, il collo e le spalle della figura umana. Immagini prese dal reale, inserite in fase conclusiva in un’atmosfera astratta, senza appigli e punti fermi. Ciò nonostante sono forme familiari, persone riconoscibili del luogo che, contrariamente all’usanza, ti danno le spalle immersi nella loro individualità. In questo si perde, anzi si rifiuta, la dimensione simbolica e religiosa dell’icona e dell’effige, e se ne stravolge il significato. Non più figura da venerare e di cui seguire l’esempio ma simbolo d’indifferenza e solitudine. La comunicazione tra la figura rappresentata e il credente è negata, così co

me la funzione educativa dell’oggetto. In mancanza di un dialogo diretto sia con lo spettatore sia tra le opere stesse, ogni ritratto porge le spalle all’osservatore e volge il proprio sguardo nascosto oltre la stessa linea della cornice, verso la parete, come a scavare la pietra.

L’artista lavora sull’immagine creando multipli strati: dalla fotografia al disegno al colore, fino alla sovrapposizione della carta da lucido e ancora la linea finale della matita. La sovrapposizione di livelli crea filtri e barriere: le spalle, la lente della macchina fotografica, il colore, la carta e il lucido. Il tratto preciso e delicato, le pennellate evidenti; la grandiosità del ritratto lascia il posto a un lavoro dal sapore apparentemente intimo. Come un codice che richiede di essere decifrato, l’opera richiede un’attenzione partic
olare da parte dello spettatore nella sua lettura e conseguente interpretazione.

L’assenza di dialogo rispecchia una ricerca visiva improntata alla sottrazione di materia; allo stesso tempo, l’enfasi è posta sul disegno, sui particolari della figura: i capelli disordinati e mossi, i dettagli del vestito, il colore della pelle, la simmetria della figura. Un ritrattista che mette in discussione la tradizione del ritratto. Un realismo astratto, arricchito dall’opacità della superficie, si estrae dalla dimensione terrena per entrare in quella spirituale. La forma tradizionale, dai tratti classici ed eleganti tradisce un discorso ad ampio raggio sull’uomo contemporaneo, sulla sua incapacità di dialogo e distacco dalla realtà. Intento a correre e camminare con la testa rivolta al futuro, dimentica il suo passato e non si rende conto di essere immobile, inscritto in un’equazione matematica.

                                                                                                                                                                                                                Eleonora Raspi