Fittità

 

 

 

Lo spazio inquieto
di Giuseppe Carrubba

Il concetto di confine riguarda il limite di un territorio, di uno spazio segnato e circoscritto, luogo di transizione in cui scompaiono alcune caratteristiche specifiche e ne subentrano altre, in rapporto ad un’estensione geografica, sociale, politica ed economica.
Riflettere sul territorio nel mondo contemporaneo, sul suo attuale significato, è una comunicazione, urgente e necessaria, per comprendere il destino degli uomini e le loro storie, andare oltre il semplice concetto di nazione e di confine, spesso legittimati e difesi da pratiche di esclusione, per accogliere realtà differenti, nuove visioni e possibilità.
Lo sviluppo della mobilità di persone e di beni, i flussi migratori, l’economia globale, la cultura digitale della comunicazione e della conoscenza hanno trasformato il nostro orizzonte e la percezione, la definizione di limite e confine.
Se da un lato si assiste a nazionalismi e valorizzazioni di micro realtà territoriali, dall’altro si vuole affermare anche un nuovo concetto positivo di cosmopolitismo che possa comprendere le differenze e far dialogare il locale con il globale.
Il confine non è quindi semplicemente il limite tra uno spazio e l’altro, ma è qualcosa che implica anche una dimensione mentale e psicologica, di transito verso altro, uno spazio sociale, culturale ed identitario. Questa relazione, espressa dalla linea di demarcazione che separa, si carica di tensioni, è foriera di illusioni.
La figura dell’artista, nella sua condizione di sperimentatore, esprime bene la metafora del viaggio, del nomade che per ricercare e sviluppare nuove forme va altrove, in altri luoghi, mentali o fisici, li attraversa sfidando il destino, e così riflette sul limite e sull’alterità, sugli spazi materici e simbolici, sulla contrapposizione tra la vita e la morte, sulla conquista o sulla perdita dell’identità.
Francesco Rinzivillo disegna e dipinge lo spazio nella sua dimensione universale, per andare oltre il dato visibile e arrivare ad una sintesi concettuale e spirituale.
Si tratta di uno spazio inteso come prodotto della soggettività, depositario di introiezioni; non un contenitore di oggetti e corpi né il vuoto da riempire, ma una sostanza carica di necessità, con un’estetica del silenzio disturbante.
Le regole della prospettiva sono state trasformate all’interno di una rappresentazione postmoderna che ha distorto la rappresentazione dello spazio e dell’identità.
In questo modo il corpo è stato fatto a pezzi per dare un’immagine al dolore più intimo, solo azzeramento e sintesi, passaggi cromatici, derive e sospensioni dell’animo, perdita e bassa frequenza del suono.
Trame e strutture, di processi formali o architetture ingabbiate, che sfuggono alla rigidità dei canoni del funzionalismo e del formalismo, sono la documentazione di un processo che risponde al bisogno di accostarsi alla rappresentazione dello spazio in maniera inedita.
Reti, diagrammi e linee sono il vocabolario di strutture morfologiche, semplici o complesse, di chi vuole affermare e negare lo spazio andando oltre una certa idea del razionalismo, a favore di un pensiero decostruttivista e perturbante. Le griglie traslucide, sottili e schematiche sono la materializzazione di un pensiero astratto, rappresentano un vocabolario concepito e manipolato in una dimensione mentale che è metafora di uno spazio virtuale, in cui è immaginabile la relazione tra lo spirito e le tecniche utilizzate dalla tecnologia digitale.
L’inquietudine e la problematicità che possono evocare queste architetture formali, grafiche, pittoriche ma anche con supporti di tipo fotografico, dove l’immagine comunque è stata sottoposta a modifiche e cancellazioni, derivano dai rapporti spaziali introdotti dal modernismo, in cui le nuove nevrosi topologiche, claustrofobia o agorafobia, hanno prodotto un’estetica della deformazione dello spazio con forme intese come organizzazioni provvisorie ed inquiete.
L’arte di Rinzivillo rivaluta così l’idea dello spazio inquieto e ne fa uno strumento radicale per riflettere sull’inconsistenza di concetti ideologici e politici come la trasparenza, la funzione e la razionalità, avendo l’uomo perso ogni fiducia nei valori e nella mitologia della modernità.
La sensazione di perdita e straniamento che ne deriva ha condotto l’artista a ricercare in se stesso e nella dimensione spirituale l’archetipo, una nuova forma, liberatoria ed essenziale, per indagare su un territorio, metafora sociale e personale, contenitore di paure e rimozioni.
Il suo territorio è quello della mente, in cui il rapporto spaziale e temporale trasforma qualcosa di familiare in qualcosa di diverso, qualcosa che nasce dal rimosso e che riaffiora, ma anche un meccanismo, un ordine autonomo che mette in discussione la realtà illusoria del presente.
Una forma che nasce dal residuo dell’oblio, espressione di una frattura, di un sentimento soggettivo: il territorio dell’oscuro.

G. Carrubba, Lo spazio Inquieto, su “Le Fate”, pag 65-66-67, ottobre/novembre 2013.